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Mentre molte future spose trascorrono la settimana prima del matrimonio a preoccuparsi delle condizioni meteorologiche o del vestito, Danielle Kroft ha dovuto fare i conti con una riacutizzazione della colite ulcerosa (Ulcerative colitis, UC). E l’abito da sposa non avrebbe di certo facilitato la situazione.[1]

“Non riuscivo a pensare di rimanere imprigionata in quel vestito per nove ore”, ricorda la Kroft. “Così sono andata dal medico a supplicarlo di darmi qualsiasi cosa per tenere sotto controllo la situazione”.[1]

Questa è la vita di oltre 900,000 persone statunitensi che convivono con l’UC, una malattia infiammatoria intestinale (Inflammatory bowel disease, IBD) imprevedibile, caratterizzata da sintomi che vanno e vengono nel tempo.[2] Alcuni pazienti passano anni senza manifestare sintomi, altri invece hanno frequenti riacutizzazioni. Da un sondaggio è emerso che quasi due terzi dei pazienti si sentono come se la loro vita fosse controllata dall’UC.[3]

Sempre più persone ricevono la diagnosi di IBD e la Kroft ritiene che si possa sperare di accettare e gestire la malattia cronica. È stata riluttante a parlare della sua malattia, ma ha deciso di condividere la sua storia in occasione della Giornata mondiale delle malattie infiammatorie croniche intestinali di quest’anno, per aumentare la consapevolezza affinché altre persone possano imparare a gestire meglio la malattia.[1]

malattia di CrohnUNA SETTIMANA PRIMA DEL MATRIMONIO, DANIELLE KROFT HA AVUTO UNA RIACUTIZZAZIONE DELLA COLITE ULCEROSA CHE HA MESSO A REPENTAGLIO I SUOI PIANI.

Argomenti non adatti a cena

Quando la Kroft cominciò a notare la presenza di sangue nelle feci e dolore addominale all’età di 14 anni, all’inizio non ne parlò con nessuno, pensando – o forse sperando – che il problema si risolvesse da solo. Dopo tutto, questi sintomi non erano argomenti di conversazione da affrontare a cena. Tuttavia, con la persistenza dei sintomi, la Kroft si decise a confidarsi con sua madre, la quale prese appuntamento con il medico. A distanza di cinque mesi, dopo essere stata sottoposta a numerose visite mediche e ad una colonscopia, ricevette la diagnosi.[1]

“Quando hai 14 anni non sai a quali sintomi devi prestare attenzione”, ha detto la Kroft. “Parte del motivo per cui ci sono voluti così tanti mesi prima di diagnosticare la UC è dovuta al fatto che non avevo riferito ai medici tutti i miei sintomi”.[1]

Questa esperienza è comune; da un sondaggio è emerso che il 45% dei pazienti affetti da UC rimpiange di non aver condiviso più informazioni con i medici durante le visite.3 L’UC viene diagnosticata più frequentemente tra i 15 e i 30 anni,[4] quando i pazienti possono sentirsi imbarazzati a parlare di sintomi come feci sanguinolente, diarrea e necessità urgente di andare in bagno.[5]

Quando un paio di anni dopo la sorella della Kroft ricevette la stessa diagnosi – si ritiene che i fattori genetici svolgano un ruolo nella malattia – la Kroft sentì di avere vicino qualcuno con cui potersi relazionare.[6] Tuttavia, imparò in prima persona che non esistono due persone affette da UC che vivano la stessa esperienza.[1]

“I nostri alimenti scatenanti, per esempio, sono molto diversi”, ha detto la Kroft. “Io posso mangiare le banane, mentre a lei causano problemi addominali. Io non riesco a mangiare i pancake, mentre per lei non sono un problema. E io adoro i pancake.”[1]

Quando hai una malattia cronica, devi prendere le medicine e sottoporti a esami del sangue e visite mediche.

Le difficoltà sono solo aumentate

Ricevere la diagnosi di UC è stato solo l’inizio dell’interminabile lotta intrapresa dalla Kroft per controllare la malattia. Questo è il massimo a cui può aspirare data l’attuale assenza di cure. Invece di preoccuparsi di quali scarpe indossare a scuola, la Kroft doveva concentrarsi sulle medicine da prendere ogni giorno per non rischiare di stare male.[1]

Attenersi al piano di trattamento non era facile. Ad un certo punto, prendeva 26 pillole al giorno – un mix di farmaci da banco, farmaci su prescrizione e integratori. Il trattamento dell’UC rimane un processo basato su tentativi ed errori, e i suoi primi farmaci non hanno funzionato. I suoi piani di trattamento includevano clisteri e schiume rettali; trattamenti che lei ricorda come fastidiosi e imbarazzanti.[1]

Le cose sono peggiorate al college. Svegliarsi alle 4 del mattino per le attività di gruppo e gestire l’assunzione di tutti i farmaci l’hanno stressata. “Dove pensi di sdraiarti per farti un clistere quando vivi in ​​un dormitorio? Chiedi al tuo compagno di stanza di andarsene perché devi farlo? Assolutamente no.”[1]

Ad un certo punto, durante il suo secondo anno, avendo trascorso un mese senza sintomi, si è convinta di non avere più bisogno delle cure. Ha così interrotto il trattamento, cosa che le ha provocato una riacutizzazione della malattia.[1]

“A quel punto ho avuto un crollo emotivo”, ha ammesso la Kroft. “Ero giovane e non avevo preso sul serio la situazione come avrei dovuto. Non l’ho considerata una priorità.”[1]

Crohns Disease DOPO DIECI ANNI TRASCORSI A PROVARE DIVERSE TERAPIE, LA KROFT E IL SUO MEDICO HANNO FINALMENTE TROVATO UN PIANO DI TRATTAMENTO IN GRADO DI AIUTARE A GESTIRE I ​​SINTOMI.

Parlare dei problemi legati all’andare in bagno

A distanza di circa dieci anni e dopo avere assunto svariati farmaci, la Kroft ha finalmente trovato un piano di trattamento adatto a lei. Ha anche ottenuto un lavoro che le piace nelle pubbliche relazioni e ha sposato il suo fidanzato delle scuole superiori.[1]

Sente ancora la necessità di stare vicino a un bagno durante le chiamate in teleconferenza o durante gli spostamenti. Si rende conto che sarà così per tutta la vita. Per il resto, si sente bene.[1]

“La cosa più importante che ho capito è la necessità di prendersi cura di se stessi”, ha detto la Kroft. “Quando hai una malattia cronica, devi prendere le medicine e sottoporti a esami del sangue e visite mediche”.[1]

Secondo la Kroft, prendersi cura di se stessi significa imparare di più sulla propria malattia cronica e ricevere assistenza. Al momento della prima diagnosi, le sarebbe piaciuto poter fare più domande al medico sulla sua condizione e aver letto le informazioni contenute sul sito web della fondazione che si occupa della malattia di Crohn e della colite ulcerosa (Crohn’s & Colitis Foundation). . Di recente, la Kroft ha iniziato a partecipare ai seminari della fondazione, dove ha appreso ulteriori informazioni da altri pazienti ed esperti. Attualmente è interessata all’apprendimento dei possibili effetti della UC e dei relativi trattamenti sulla gravidanza.[1]

Negli ultimi 14 anni, la Kroft ha anche imparato ad aprirsi, parlando della sua malattia alle altre persone. Non riesce a credere di avere aspettato sei anni prima di spiegare completamente cosa significasse convivere con l’UC al suo attuale marito.[1] “La gente è disposta a parlare di problemi legati all’andare in bagno molto più di quanto si possa pensare”, ha affermato la Kroft.[1]

Per sapere come la combinazione di analisi endoscopiche e microscopiche fornisca un quadro più completo della UC, leggere (Uno sguardo più approfondito alla guarigione della mucosa nella colite ulcerosa).


[1] Interview with Danielle Kroft, UC patient. Conducted by Andrew Wiecek on behalf of the Celgene Newsroom, Aprile 2018.
[2] What is ulcerative colitis? Crohn’s and Colitis Foundation. http://www.crohnscolitisfoundation.org/what-are-crohns-and-colitis/what-is-ulcerative-colitis/
[3] Living with Ulcerative Colitis: Shedding Light on Unspoken Challenges. Crohn’s and Colitis Foundation. 2018. http://www.crohnscolitisfoundation.org/assets/pdfs/ucnarrativesurvey.pdf Accesso aprile 2018.
[4] Ulcerative colitis. Medline Plus. 2017. https://medlineplus.gov/ency/article/000250.htm Accesso aprile 2018.
[5]  Ulcerative Colitis symptoms. CrohnsandColitis.com. 2016. https://www.crohnsandcolitis.com/ulcerative-colitis/symptoms Accesso aprile 2018.
[6] Brant SR, Update on the Heritability of Inflammatory Bowel Disease: The Importance of Twin Studies. Inflammatory Bowel Disease. 2011;17(1): 1-5. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20629102 Accesso aprile 2018

Quando Ahmet Varoğlu ricevette la diagnosi di beta-talassemia all’età di quattro anni, la sua famiglia non sapeva nulla della malattia.[1] Ben presto scoprirono che si trattava di una rara malattia del sangue ereditaria per la quale non esisteva alcuna cura. Ora, a 49 anni, Varoğlu è presidente della Società per la talassemia di Cipro del Nord e vicepresidente dell’Associazione universale dei diritti dei pazienti (Evrensel Hasta Haklari Derneği) di Cipro del Nord. Dedica il tempo a condividere la sua storia per aiutare a migliorare la comprensione della malattia e aumentare l’accesso dei pazienti a risorse formative e di altro tipo. In occasione della giornata internazionale della talassemia (8 maggio 2018), Varoğlu ha presentato le sue riflessioni sulla sua esperienza e sulle sfide che ancora oggi i pazienti si trovano ad affrontare.

La beta-talassemia è causata da un difetto genetico nella produzione di emoglobina, una proteina che trasporta l’ossigeno ai globuli rossi in tutto il corpo.[2],[3] Il difetto porta alla produzione di un numero inferiore e anomalo di globuli rossi[2],[3] e può causare l’anemia cronica. Il trattamento dell’anemia richiede spesso frequenti trasfusioni di sangue che sono associate a gravi rischi per la salute, tra cui il sovraccarico di ferro e il diabete. [4],[6]

Gli anni successivi alla diagnosi iniziale sono stati difficili. “Nessuno sapeva come trattare la malattia”, ha affermato. “Non esistevano cure o medici specializzati. Non avevamo nemmeno un ospedale a cui rivolgerci per il trattamento”.[1]

Di conseguenza, dopo la diagnosi, Varoğlu e la sua famiglia dovettero cercare le risposte da soli. Solo negli anni ’70 a Cipro sono stati avviati dei programmi pilota per promuovere una consapevolezza pubblica mediante attività formative e preventive.[7] I pazienti di Cipro Nord si sono uniti ai familiari che si prendevano cura delle persone colpite dalla malattia per costituire una società locale di pazienti talassemici. Secondo Varoğlu, dal suo sviluppo nel 1978, la società è stata determinante nell’aiutare i pazienti a prendere decisioni informate sul trattamento, fornire accesso agli operatori sanitari ed educare i medici sulla beta-talassemia.[1]

Oggi, molti Paesi, tra cui Cipro, Grecia, Iran, Tailandia e Regno Unito, offrono programmi nazionali di formazione e prevenzione per la beta-talassemia.[7] Questi programmi forniscono informazioni sui fattori di rischio, offrono servizi di rilevamento per l’identificazione dei vettori e mettono in atto misure per ridurre la diffusione della malattia.[8] Le organizzazioni locali, insieme a gruppi di supporto di maggiori dimensioni, come la Federazione internazionale per la talassemia, stanno inoltre aiutando ad aumentare la consapevolezza sulla malattia e a migliorare il trattamento dei pazienti.[6] Tuttavia, è necessario fare di più.

Gli attuali approcci terapeutici aiutano a mitigare i sintomi, ma non sono efficaci nell’affrontare la causa della malattia. A causa delle numerose visite mediche e della necessità di continue trasfusioni di sangue, il trattamento comporta un enorme impegno in termini di tempo e può essere costoso. Inoltre, la beta-talassemia è spesso associata a complicanze che alterano la vita, come malattie cardiache, anomalie ossee ed epatiche e deficit della crescita.[4],[5],[6] I pazienti e i loro familiari devono accettare che la gestione della malattia durerà tutta la vita.

Varoğlu si è rassegnato al fatto che la beta-talassemia farà per sempre parte della sua vita, ma è fiducioso che in futuro gli sforzi compiuti dalla ricerca miglioreranno le cure.

“Non posso dire che ci troviamo in una brutta posizione. Ci sono stati molti miglioramenti negli ultimi anni. Però, non esiste ancora una cura”, ha aggiunto Varoğlu. “Il fatto di informarsi, condividere le risorse e porre domande è fondamentale per migliorare in futuro la cura dei pazienti. Per fortuna, la ricerca non si ferma.”[1]

Questo video consente di scoprire di più sulla storia di Ahmet Varoğu e sulle speranze che nutre per i futuri pazienti affetti da beta-talassemia.
INSERIRE IL VIDEO

(intervista Prof. Piga)


[1] Interview with Ahmet Varoglu. Conducted by Celgene for the Celgene Newsroom, Novembre 2017.
[2] NIH US National Library of Medicine. Genetics Home Reference: beta thalassemia. Available at https://ghr.nlm.nih.gov/condition/beta-thalassemia. Accesso aprile 2018.
[3] National Center for Advancing Translational Sciences, Genetic and Rare Diseases Information Center. Beta-thalassemia. Disponibile su http://rarediseases.info.nih.gov/gard/871/beta-thalassemia/resources/1. Accesso aprile 2018.
[4] NIH Heart Lung and Blood Institute. Thalassemias. Disponibile su https://www.nhlbi.nih.gov/health/health-topics/topics/thalassemia/treatment.Accesso aprile 2018.
[5]  NIH Heart Lung and Blood Institute. Blood Transfusion. Disponibile su https://www.nhlbi.nih.gov/health-topics/blood-transfusion. Accesso aprile 2018.
[6] Cao A, Galanello R. Beta-thalassemia. Genetics in Medicine. 2010;12:61–76. Disponibile su http://www.nature.com/gim/journal/v12/n2/full/gim201012a.html?foxtrotcallback=true. Accesso aprile 2018.
[7] De Sanctis V, Kattamis C, et al. β-Thalassemia Distribution in the Old World: an Ancient Disease Seen from a Historical Standpoint. Mediterr J Hematol Infect Dis. 2017;9(1): e2017018. Disponibile su https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5333734/.Accesso aprile 2018.
[8] Cao A, Kan YW. The Prevention of Thalassemia. Cold Spring Harb Perspect Med. 2012;3:a011775. Disponibile su http://perspectivesinmedicine.cshlp.org/content/3/2/a011775.full. Accesso aprile 2018.

La maggior parte delle persone non ha mai sentito parlare della malattia di Behçet, una condizione dolorosa e cronica che provoca la formazione di ulcere orali e genitali e di altre localizzazioni del corpo, oltre ad altre manifestazioni sistemiche. Non c’è da stupirsi, poiché negli Stati Uniti questa malattia colpisce solo da 16.000 a 20.000 persone.[1] Tuttavia, per coloro che soffrono in silenzio è importante sapere che nonostante non esista una cura, la diagnosi e il trattamento possono aiutare a gestire i sintomi.

La diagnosi si basa sulla combinazione delle manifestazioni cliniche[2] e, data la rarità negli Stati Uniti, la maggior parte dei medici potrebbe non avere molta familiarità con questa malattia e i relativi sintomi.[3] Tantissimi pazienti devono fare i conti con enormi ritardi nell’ottenimento della diagnosi e del trattamento appropriato.[2] Da uno studio è emerso che i pazienti attendono in media quasi tre anni prima di ricevere la diagnosi della malattia di Behçet.[4]

La conoscenza dei segni e dei sintomi è essenziale per gestire la malattia. In occasione della giornata di sensibilizzazione sulla malattia di Behçet di quest’anno (20 maggio 2018),  sono stati evidenziati i cinque segni e sintomi più comuni che possono svilupparsi durante la progressione della malattia,[5] nella speranza che sempre più pazienti possano assumere il controllo della loro condizione parlandone al proprio medico e ricevendo il trattamento nel più breve tempo possibile.Behcets Disease Infograph

Ulcere della bocca

Le ulcere della bocca sono spesso il primo segno della malattia di Behçet e si manifestano in quasi tutte le persone colpite dalla malattia. Queste ulcere dolorose, che possono comparire in qualsiasi parte della bocca, comprese labbra, lingua e mucosa delle guance, assomigliano alle comuni afte, ma possono essere molto più numerose. I pazienti riferiscono di avere sviluppato anche più ulcere contemporaneamente.[6] Non sorprende il fatto che risulti difficile compiere azioni come mangiare, bere e persino parlare. Queste ulcere solitamente guariscono entro una settimana o due senza provocare cicatrici, ma spesso si ripresentano nel corso del tempo.[5],[7]

Ulcere genitali

Le ulcere genitali compaiono all’incirca nel 75 per cento delle persone affette dalla malattia di Behçet e possono manifestarsi quasi ovunque a livello genitale. Queste ulcere dolorose tendono ad essere più grandi e più profonde rispetto alle ulcere orali e, di conseguenza, possono portare alla formazione di cicatrici.[5],[7] Queste ulcere guariscono solitamente nell’arco di due – quattro settimane, ma possono ripresentarsi.[8] Le ulcere genitali non sono contagiose, però possono provocare dolore durante i rapporti sessuali.[9] I medici possono erroneamente scambiare le ulcere genitali associate alla malattia di Behçet con quelle provocate dall’infezione dell’herpes virus. [10]

Ulcere cutanee

Tra il 60 e il 90 per cento delle persone affette dalla malattia di Behçet manifesta lesioni cutanee che si estendono oltre la zona della bocca e dei genitali. Queste lesioni possono manifestarsi in qualsiasi parte del corpo sotto forma di pomfi dolenti simile all’acne oppure possono comparire su gambe, braccia, viso e collo sotto forma di noduli rossi e dolenti, definiti eritema nodoso. Queste lesioni guariscono solitamente entro due o tre settimane, ma analogamente alle ulcere della bocca e dei genitali, spesso ricompaiono.[5],[7],[10]

Infiammazione oculare

Più della metà delle persone affette dalla malattia di Behçet presenta una condizione chiamata uveite, ovvero un’infiammazione dell’occhio che può causare dolore, arrossamento, offuscamento della vista e maggiore sensibilità alla luce. L’infiammazione oculare dovuta alla malattia di Behçet si verifica più comunemente nei giovani e negli uomini. In alcuni pazienti l’infiammazione oculare può essere il primo segno della malattia di Behçet, mentre in altri potrebbe apparire solo a distanza di alcuni anni dall’esordio della malattia. Se non viene trattata, le ripetute recidive possono portare alla perdita della vista o alla cecità.[5],[7]

Dolore e gonfiore articolare

Le patologie articolari, come l’artrite e la spondilite, colpiscono il 50% dei pazienti affetti dalla malattia di Behçet, causando dolore, gonfiore e rigidità a livello delle articolazioni, quali ad esempioginocchia, caviglie, polsi e gomiti. La spondilite può causare dolore infiammatorio nella regione lombare o a livello gluteo. Il dolore e il gonfiore articolare possono rendere difficili i movimenti e lo svolgimento delle attività quotidiane. Sebbene gli attacchi di dolore e gonfiore articolare durino solitamente da alcuni giorni ad alcune settimane, come la maggior parte dei sintomi comuni della malattia di Behçet, spesso si ripresentano nel corso del tempo. Il danno articolare permanente, tuttavia, è raro.[5],[7]

Oltre a questi cinque sintomi più comuni, la malattia di Behçet può colpire altri organi e apparati, quali l’encefalo e il midollo spinale, il tratto gastrointestinale, i grandi vasi sanguigni, il cuore, i polmoni e i reni.[5],[7] Se si è affetti dalla malattia di Behçet e si sta manifestando una acutizzazione di un sintomo nuovo o ricorrente, consultare il medico.

Per maggiori informazioni sulla necessità di nuove opzioni terapeutiche per la malattia di Behçet, leggere “Behçet’s Disease: The Key to a Breakthrough Is Medical Innovation.”


[1] Behcet’s disease. American Behcet’s Disease Association. 2018.  http://www.behcets.com/site/c.8oIJJRPsGcISF/b.9196317/k.904C/Behcets_Disease.htm Accesso maggio 2018.
[2] Cinar Muhammet, Yilmaz Sedat, Akay Sinan, Bozlar Ugur, Dinc Ayhan. Clinical course of Behcet’s disease in a patient with delayed diagnosis and radiological follow-up of the thrombi with computed tomography angiography: a five-year follow-up under immunosuppressive treatment. Revista brasileira de reumatologia. 2017;57:264-269. http://www.scielo.br/scielo.php?pid=S0482-50042017000300264&script=sci_arttext Accesso aprile 2018.
[3]  Q&A: Behcet’s treatment remains frustrating, ineffective. 2015. Celgene.com http://www.celgene.com/behcets-disease-treatment-remains-frustrating/ Accesso maggio 2018.
[4] Mohammad Aladdin, Mandl Thomas, Sturfelt Gunnar, Segelmark Mårten. Incidence, prevalence and clinical characteristics of Behcet’s disease in southern Sweden. Rheumatology (Oxford, England). 2013;52:304-310. Pg. 306-307. https://academic.oup.com/rheumatology/article/52/2/304/1831455 Accesso aprile 2018.
[5] Behcet’s disease. Genetics Home Reference. National Institutes of Health. May 2018. https://ghr.nlm.nih.gov/condition/behcet-disease Accesso aprile 2018.
[6] Confessions from a patient with Behcet’s disease. GlobalGenes.org. December 2012. https://globalgenes.org/raredaily/confessions-from-a-patient-with-behcets-disease/ Accesso aprile 2018.
[7] Symptoms and signs. American Behcet’s Disease Association. 2018.    http://www.behcets.com/site/c.8oIJJRPsGcISF/b.9145375/k.E8A8/Symptoms.htm Accesso aprile 2018.
[8] Türsen Ümit, Türsen Belma. Ulcerative Lesions in Behcet’s Disease Ulcers. 2012;2012:1-9. https://www.hindawi.com/journals/ulcers/2012/146797/ Accesso maggio 2018.
[9] Senusi A, Seoudi N, Bergmeier LA, Fortune F. Genital ulcer severity score and genital health quality of life in Behçet’s disease. Orphanet Journal of Rare Diseases. 2015;10:117. doi:10.1186/s13023-015-0341-7. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4579635/ Accesso maggio 2018.
[10] Alpsoy E, Zouboulis CC, Ehrlich GE. Mucocutaneous Lesions of Behçet’s Disease. Yonsei Medical Journal. 2007;48(4):573-585. doi:10.3349/ymj.2007.48.4.573. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2628050/ Accesso maggio 2018.

Scienziati, medici e gruppi di supporto ai pazienti si sono riuniti a Chicago dal 16 al 19 maggio in occasione del meeting annuale dell’American Society of Gene & Cell Therapy (ASGCT) per discutere dei risultati ottenuti dalle recenti sperimentazioni sulle terapie cellulari, tra cui le CAR T (Chimeric Antigen Receptor T). Questi trattamenti potrebbero cambiare il paradigma terapeutico in ambito onco-ematologico, tuttavia permangono degli ostacoli per i centri che cercano di sfruttare questo nuovo approccio.[1]

La dottoressa Helen Heslop, Direttrice del centro di terapia cellulare e genetica del Baylor College of Medicine, presso l’Houston Methodist Hospital e il Texas Children’s Hospital, spiega alcune delle difficoltà pratiche affrontate dai centri nell’erogazione delle terapie cellulari CAR T ai pazienti.[1]

Quali tipi di centri offrono la terapia CAR T?

“Numerosi centri stanno istituendo programmi di trattamento con cellule CAR T, sia pubblici che privati, di grandi e piccoli dimensioni, per pazienti pediatrici e adulti.[1]

“Tutti stanno procedendo in modo leggermente diverso, pertanto è necessario condividere le migliori prassi in merito all’implementazione pratica in tre aree principali: istituzione di un programma per l’erogazione delle terapie CAR T, elementi necessari per ottenere l’accreditamento e problemi associati all’accesso e al rimborso”.[1]

Helen-Heslop-del-Baylor-College-of-Medicine-

In che modo la somministrazione delle immunoterapie cellulari si differenzia dai trattamenti tradizionali?

“Somministrare ai pazienti una terapia cellulare è diverso dal somministrare le tipiche terapie basate su piccole molecole o agenti biologici. I linfociti del paziente vengono separati dal resto delle cellule del sangue e del plasma del paziente mediante un processo chiamato aferesi. I linfociti vengono poi inviati ad un centro di produzione centrale dove vengono geneticamente riprogettati. Le cellule modificate vengono quindi inviate al centro di trattamento sotto forma di prodotti congelati a base di cellule CAR T. Il prodotto viene infine scongelato e reinfuso nel paziente.[1]

“Il processo di raccolta delle cellule somiglia molto al trapianto delle cellule staminali, pertanto i centri che attualmente eseguono i trapianti di cellule staminali svolgono la maggior parte dei processi finalizzati all’erogazione delle terapie CAR T”.[1]

Cosa prevedono tali processi?

“Con le terapie cellulari esiste il rischio di sviluppare complicanze che necessitano di una gestione specializzata, come la sindrome da rilascio di citochine e la neurotossicità”.[1]

Circa 40 centri negli Stati Uniti offrono immunoterapie cellulari. Ma questo numero potrebbe aumentare rapidamente.

Quanti centri stanno attualmente offrendo la terapia cellulare
CAR T?

“Al momento, negli Stati Uniti circa 40 centri offrono ai pazienti terapie cellulari approvate dalla Food and Drug Administration (FDA). Tuttavia in tutto il Paese esistono quasi 200 programmi di trapianto, pertanto il numero potrebbe aumentare rapidamente se più centri ottenessero la certificazione per la strategia di valutazione e mitigazione dei rischi (Risk Evaluation and Mitigation Strategy, REMS) per le singole etichette dei prodotti”.[1]

Qual è la principale difficoltà che i centri devono affrontare nell’implementazione di queste terapie?

“Oltre ai problemi clinici, le principali difficoltà riguardano gli aspetti finanziari, amministrativi e l’accesso a queste nuove terapie da parte dei pazienti. Gli ospedali devono creare nuovi processi per questo nuovo paradigma terapeutico e non sono ancora disponibili i codici relativi alle procedure previste per la somministrazione delle terapie cellulari CAR T”.[1]

Quali sono le prospettive per le immunoterapie cellulari?

“Finora le cellule CART sono state approvate solo per specifiche malattie recidivanti o refrattarie. Una domanda ovvia, che richiede un’attenta analisi dei rischi e dei benefici, riguarda la possibilità di somministrare la terapia cellulare CAR T nella fase iniziale della terapia”.[1]

Per maggiori informazioni su come le cellule CAR T possano aiutare le cellule immunitarie a identificare le cellule tumorali, leggere il documento “Revealing Cancer Cells to the Immune System” (Rivelare le cellule tumorali al sistema immunitario).


[1] Interview with Dr. Helen Heslop, director of the Center for Cell and Gene Therapy (CAGT) at Baylor College of Medicine and co-chair of the workshop. Interviewed by Andrew Wiecek, condotto nel maggio 2018.

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Al Congresso annuale dell’American Society of Hematology (ASH) 2017 , decine di migliaia di ricercatori nel campo dei tumori ematologici provenienti da tutto il mondo si sono riuniti per discutere degli importanti progressi ottenuti negli ultimi dieci anni. Wim Souverijns, Vice Presidente Global Marketing Ematologia e Oncologia di Celgene , ha condiviso le sue riflessioni sullo stato attuale della ricerca sui tumori ematologici.

WIM SOUVERIJNS DI CELGENE

WIM SOUVERIJNS, VICE PRESIDENTE GLOBAL MARKETING EMATOLOGIA E ONCOLOGIA DI CELGENE, CONDIVIDE LE SUE CONSIDERAZIONI SULL’ATTUALE STATO DELLA RICERCA SUI TUMORI DEL SANGUE.

Quali sono le principali sfide dei ricercatori nel trattamento dei tumori del sangue?

“Tutti noi vogliamo curare i tumori, ma nella maggior parte dei casi siamo ancora molto lontani dal poterlo fare. Tuttavia stiamo lavorando per colpire i tumori in modo trasformativo . Vogliamo migliorare le terapie attuali e nello stesso tempo oltrepassarle, quando possibile, investendo in tecnologie diverse in grado di cambiare radicalmente lo stato della patologia. Vediamo questa possibilità di trasformazione con le terapie cellulari CAR-T [anche chiamate immunoterapie] sperimentali”.

In che modo le terapie cellulari CAR-T stanno trasformando il trattamento dei tumori ematologici?

“Queste terapie hanno già un enorme impatto sulla leucemia linfoblastica acuta in quanto forniscono la possibilità di risposte durature nei bambini che ne sono affetti. La stessa possibilità esiste per il linfoma, e i dati presentati quest’anno all’ASH sono fondamentali per integrare tali progressi nella pratica clinica”.
“Nel mieloma multiplo, in cui la natura della patologia è diversa, le cellule CAR-T potrebbero non essere curative ma probabilmente aiuteranno a controllare meglio la patologia. I primi dati mostrati al congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology 2017 hanno avuto un forte impatto. Ora stiamo aspettando i follow-up di più lungo termine per confermare le nostre aspettative”.

Quali sfide rimangono da affrontare nelle terapie cellulari CAR-T?

“Sono sfide molto diverse da quelle che conosciamo e che utilizziamo per curare le malattie poiché esistono complessità logistiche nel loro utilizzo. Dobbiamo prelevare le cellule dei pazienti, trasferirle in un centro di produzione, trasformare queste cellule in cellule CAR-T, rimandarle in ospedale e re-infonderle modificate nei pazienti, il tutto nel giro di due o tre settimane”.

“Ci aspettano molte domande e discussioni sugli aspetti clinici e sui problemi operativi. Ci sarà un impatto significativo su forza lavoro, configurazione organizzativa e risorse. Il nostro obiettivo è far sì che questa terapia sia un successo nella pratica e non solo negli studi clinici”.

Quali altri approcci sono stati esaminati?

“Abbiamo esaminato più dati su terapie mirate che promettono di migliorare gli esiti dei trattamenti. Attaccando mutazioni specifiche, questi trattamenti possono modificare le basi molecolari della malattia. Proporremo dette terapie solo per i pazienti che presentano una mutazione particolare e che sono attesi essere responsivi. L’utilizzo di terapie mirate richiederà un maggior numero di analisi delle mutazioni per il tumore di ogni paziente rispetto a quante ne facciamo oggi”.

“I ricercatori stanno anche iniziando a cercare modi per combinare terapie in modo da beneficiare di sinergie naturali tra diverse classi di terapie. Stiamo anche esaminando regimi che non prevedono chemioterapia. Per molto tempo, infatt,i lo standard di cura è stato la chemioterapia, nonostante la sua natura aggressiva, che può influire sulle cellule tumorali ma anche sulle cellule sane”.

Il mieloma multiplo …è diventato il fulcro dell’ASH, con centinaia di sperimentazioni in diversi stadi.

C’è un particolare tumore ematologico che sta conoscendo progressi sostanziali?

“Dati significativi sono stati presentati nell’ambito del mieloma multiplo, che era patologia di nicchia, ma è diventata un fulcro dell’ASH con centinaia di sperimentazioni a diversi stadi”.

“Siamo confidenti che i numerosi studi sul mieloma multiplo attualmente in svolgimento saranno in grado di supportare la validità di questi nuovi trattamenti. Gli studi avviati diversi anni fa stanno ora iniziando a darci una visione migliore dei benefici dei nuovi trattamenti”.

Per saperne di più sull’entusiasmo che circonda la tecnologia delle cellule CAR-T, leggere “Armare le cellule T con dispositivi di homing”.

Fonte: Celgene.com

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Il sistema immunitario è il principale sistema di difesa del nostro corpo nei confronti delle minacce interne o esterne. Virus e batteri non sono gli unici pericoli per l’organismo, ma il sistema immunitario viene coinvolto anche nella protezione contro i tumori.

Le cellule tumorali tuttavia riescono a nascondersi al sistema immunitario, ragion per cui i tumori possono essere difficili da trattare. Per questo i ricercatori stanno creando strumenti per aiutare le cellule immunitarie dei pazienti a individuare le cellule tumorali in modo più efficace e, quindi, ad ucciderle.

Un metodo che recentemente si è reso disponibile per la leucemia infantile è quello di ingegnerizzare le cellule T del paziente (un sotto-tipo di globuli bianchi) per riconoscere le proteine che si trovano sulla superficie delle cellule tumorali. Questo tipo di terapia è chiamata terapia cellulare del recettore chimerico per l’antigene (CAR) T.

Con la tecnologia delle cellule CAR-T, i medici prelevano alcune cellule T da un paziente e le modificano geneticamente con un segnale di riferimento per le proteine prodotte dai tumori. Le cellule T appena armate vengono quindi moltiplicate in miliardi e reinfuse nel paziente per “agire” contro il tumore.

Il tipo di CAR ingegnerizzato per un paziente dipende dal suo tumore. Ad esempio, il recettore speciale potrebbe colpire una proteina chiamata CD19, che si trova sulla superficie di molte cellule tumorali relative a leucemie e linfomi, tra cui il linfoma diffuso a grandi cellule B. Oppure il CAR potrebbe essere progettato per programmare le cellule T contro una proteina chiamata antigene di maturazione delle cellule B che si trova sulle cellule tumorali del 70% dei pazienti con mieloma multiplo.

I ricercatori stanno attualmente studiando il modo per migliorare questa tecnologia sintonizzando con precisione il rapporto tra i diversi tipi di cellule T restituiti al paziente. L’idea è di fornire ai pazienti la giusta combinazione di cellule killer (chiamate cellule CD8 T) e cellule che si ritiene contribuiscano a rendere le cellule killer più mobili e ad arruolare ulteriori cellule immunitarie (cellule CD4 T).[i]

Mentre le terapie con le cellule CAR-T utilizzano marcatori all’esterno delle cellule tumorali per combatterle, un’altra strategia immunitaria in fase di sviluppo è diretta all’interno di esse. In questo caso, alle cellule immunitarie del paziente viene fornito un recettore di cellule T (TCR) ingegnerizzato che le aiuta a riconoscere parti di proteine all’interno delle cellule tumorali. Quando questi frammenti di proteine trovano la strada verso la superficie della cellula tumorale il TCR ingegnerizzato si ritiene essere in grado di aiutare le cellule T ad attaccarsi saldamente alla cellula cancerosa.

Sia dall’interno che dall’esterno le cellule tumorali producono proteine che le rivelano come ospiti indesiderati per l’organismo. Sfruttare la potenza del sistema immunitario per individuare meglio questi segnali potrebbe offrire nuove speranze ai pazienti che attualmente hanno poche alternative di cura.


[i] Abbas AK, Lichtman AH, Pillai S. Cellular and Molecular Immunology. 8 ed. Philadelphia, PA: Saunders Elsevier; 2012.

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Il 28 febbraio 2018 si è celebrata l’undicesima edizione della Giornata mondiale delle Malattie Rare, dedicata a sensibilizzare sull’esistenza delle malattie rare in tutto il mondo. La ricerca è stato il tema di quest’anno e la giornata ha permesso di evidenziare i tanti progressi compiuti nel trattamento di queste malattie, pur tuttavia sottolineando le lacune che permangono.

Quest’anno, come ogni anno, Celgene si è unita ai sostenitori della Giornata delle Malattie Rare con l’impegno di un unico obiettivo: la cura.

Una malattia rara è una malattia che colpisce meno di 200.000 individui negli Stati Uniti e meno di uno ogni 2.000 in Europa. Nel complesso, però, le malattie rare sono difficilmente trascurabili. Nel mondo esistono circa 7.000 diverse patologie rare che colpiscono più di 300 milioni di persone.

Nel corso dei decenni, iniziative normative hanno incoraggiato l’innovazione e la produzione di terapie necessarie per questi pazienti. La Legge americana sui farmaci orfani della Food and Drug Administration (FDA) del 1983 ad esempio, ha consentito progressi importanti grazie agli incentivi per la ricerca, accelerando l’approvazione di nuove terapie. Consideriamo che tra il 1973 e il 1983, furono approvati meno di 10 trattamenti per le malattie rare, da quando è entrata in vigore questa legge invece sono stati approvati oltre 400 farmaci e prodotti biologici dedicati alle malattie rare.

Più recentemente, le disposizioni del 21st Century Cures Act del 2016 hanno contribuito a semplificare l’esame da parte della FDA delle terapie per le malattie rare. Nel dicembre 2017, la Commissione europea per la ricerca di politiche sostenibili ha adottato il programma pilota Rare 2030 per cercare di affrontare meglio le sfide e le opportunità in ambito malattie rare dal 2020 al 2030. Eppure, nonostante questi sforzi, le terapie approvate disponibili sono solo per il 5% delle malattie rare. Chiaramente, abbiamo ancora molta strada da fare per questi pazienti.

Con sperimentazioni cliniche per più di 45 tumori rari e malattie immuno-infiammatorie, Celgene riconosce l’importanza che riveste l’innovazione medica per malattie spesso dimenticate. Le sperimentazioni cliniche sono fondamentali per fare progressi, ma nel caso delle malattie rare, considerato il numero limitato di pazienti, l’arruolamento in una sperimentazione clinica può diventare una sfida. Per trovare un numero adeguato di pazienti per sperimentazione clinica, Celgene ritiene che un primo passo sia un attento esame e l’attivazione delle sedi di sperimentazione appropriate, ad esempio in Paesi dove la malattia rara è più comune.

Guidata dalle intuizioni di pazienti e medici, l’azienda è impegnata in prima linea anche in un tipo di ricerca che va oltre i tradizionali programmi di sperimentazione. Ad esempio, la Journey Pro App, lanciata da Sage Bionetworks con il supporto finanziario di Celgene, utilizza i dati riferiti dai pazienti e raccolti tramite tecnologie mobili e indossabili, per aiutare a quantificare il carico giornaliero dell’anemia cronica che colpisce i pazienti con malattie rare quali sindromi mielodisplastiche, mielofibrosi e beta-talassemia. L’app fornisce non solo informazioni dirette e immediate ai partecipanti per aiutarli a gestire la loro salute, ma nel lungo termine permette di sviluppare uno strumento per valutare nuovi trattamenti.

Nel mieloma multiplo, Celgene ha collaborato con l’UAMS Myeloma Institute e il Dana-Farber Cancer Institute per creare il Myeloma Genome Project, un’iniziativa globale che raccoglie un insieme di dati di profilazione genetica associati ai risultati clinici. Il progetto intende sviluppare un sistema di classificazione genetica ed, eventualmente, test rilevanti per le mutazioni genetiche, che potrebbero migliorare la diagnosi e la prognosi del mieloma multiplo, mirando al contempo ad approcci terapeutici più personalizzati e focalizzati.

A queste e ad altre iniziative nel campo della ricerca, si aggiunge l’impegno di Celgene a favore delle associazioni pazienti con il programma Patients’ Partners, lanciato nel 2011 per esplorare nuovi modi per rafforzare il supporto al paziente, dal momento della diagnosi e per tutta la durata del trattamento.

Mentre le attività di ricerca sulle malattie rare continuano ad espandersi all’interno dell’ecosistema sanitario, i progressi compiuti spingono Celgene a moltiplicare continuamente i propri sforzi per fornire nuove soluzioni che possano migliorare la vita dei pazienti.

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Come molte aziende, Celgene si impegna a essere leader nella sostenibilità aziendale. Recentemente, è stata riconosciuta come la migliore azienda in ambito sanitario nella classifica U.S. Green Rankings 2017 della rivista Newsweek. In particolare, l’azienda si è classificata al 7° posto nella top ten delle prime 500 società statunitensi quotate in borsa, salendo di 47 posizioni rispetto allo scorso anno.

ZEBA KHAN, VICE PRESIDENTE CORPORATE RESPONSABILITY DI CELGENE.

ZEBA KHAN, VICE PRESIDENTE CORPORATE RESPONSABILITY DI CELGENE.

La Green Rankings di Newsweek è una tra le più prestigiose classifiche al mondo di prestazioni ambientali per le società quotate in borsa. Le classifiche mettono a confronto le aziende per tipo di settore considerando prestazioni e impegno in termini di utilizzo di energia, di emissioni di gas serra e di consumo di acqua.

“Celgene si impegna da molto tempo in attività sostenibili per ridurre il suo impatto ambientale”, ha detto Zeba Khan, Vice Presidente Corporate Responsability di Celgene “Nel 2016, la società ha compiuto un passo in avanti importante stabilendo obiettivi ambientali quantificabili per il 2020. I nostri dipendenti in tutto il mondo si impegnano a raggiungere questi obiettivi e a sostenere il benessere non solo dei nostri pazienti, ma anche del pianeta”.

Guardando al futuro, continueremo a concentrarci sulla scienza e ad impegnarci per l’eccellenza della sostenibilità.



Newsweek non è l’unica organizzazione che ha riconosciuto Celgene per il suo impegno nella Corporate Responsability. Nel 2017 Celgene si è classificata al 13° posto nella lista delle società più responsabili nel settore farmaceutico di CR Magazine ed è stata inclusa nell’indice FTSE4Good delle aziende che mostrano solide pratiche ambientali, sociali e di governance.

I continui progressi dell’azienda in ambito sostenibilità ambientale sono il risultato di un forte impegno interfunzionale da parte del Comitato per la sostenibilità della società, che ha attivamente guidato lo sviluppo di obiettivi ambientali quantificabili per il 2020. Questi obiettivi ambiziosi, includono la riduzione dell’impatto delle emissioni di CO2 del 20%, l’aumento dell’utilizzo di elettricità rinnovabile del 15% e la riduzione del prelievo di acqua e della produzione di rifiuti solidi del 10%.

NEL 2017, IL NUOVO STABILIMENTO DI CELGENE HA RICEVUTO LA CERTIFICAZIONE GOLD LEADERSHIP ENERGY AND ENVIRONMENTAL DESIGN (LEED) PER LE SUE CARATTERISTICHE ECOLOGICHE.

NEL 2017, IL NUOVO STABILIMENTO DI CELGENE HA RICEVUTO LA CERTIFICAZIONE GOLD LEADERSHIP ENERGY AND ENVIRONMENTAL DESIGN (LEED) PER LE SUE CARATTERISTICHE ECOLOGICHE.

“Una volta stabiliti questi propositi, abbiamo obiettivi specifici e misurabili che ci forniscono una visione condivisa per la sostenibilità ambientale”, ha proseguito Khan. “La sostenibilità è parte integrante del nostro operato. Guardando al futuro, continueremo a perseguire la nostra missione incentrata sul paziente e sulla scienza, impegnandoci allo stesso tempo per l’eccellenza in ambito sostenibilità”.

IL RAPPORTO SULLA RESPONSABILITÀ AZIENDALE DI CELGENE 2017 METTE IN EVIDENZA I PROGRESSI DELL’AZIENDA VERSO GLI OBIETTIVI DI SOSTENIBILITÀ.

IL RAPPORTO SULLA RESPONSABILITÀ AZIENDALE DI CELGENE 2017 METTE IN EVIDENZA I PROGRESSI DELL’AZIENDA VERSO GLI OBIETTIVI DI SOSTENIBILITÀ.

I nuovi uffici a Summit, nel New Jersey, sono solo uno degli esempi del progresso in termini di sostenibilità. L’edificio è dotato di impianti idrici efficienti, fonti di energia rinnovabile e di un sistema di raccolta dell’acqua piovana che la filtra per riutilizzarla nei giardini e in altre attività. L’anno scorso, le caratteristiche ecologiche del nuovo edificio sono state riconosciute con la certificazione Gold Leadership Energy and Environmental Design (LEED).

Inoltre, il team di gestione delle strutture sceglie sempre di acquistare energia elettrica da fonti di energia rinnovabile certificata. Nel 2017, oltre il 50% dell’elettricità utilizzata da Celgene proveniva da fonti rinnovabili.

“L’impegno di Celgene per la sostenibilità è una parte importante del nostro impegno verso i pazienti”, ha concluso Khan. “Quando promuoviamo un ambiente sano miglioriamo il benessere delle comunità e dei pazienti. Una responsabilità che prendiamo molto seriamente”.

Per saperne di più sui continui progressi di Celgene verso i suoi obiettivi di sostenibilità, scaricare il Rapporto sulla responsabilità aziendale di Celgene 2017.

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In Celgene, abbiamo una passione profonda per i pazienti. La consideriamo una responsabilità importante, che tutti i dipendenti nel mondo prendono molto seriamente. Il Corporate Responsability Report 2017 di Celgene, è la dimostrazione di come in azienda ci impegniamo costantemente nel mettere in pratica la nostra passione per il paziente, oltre a sostenere i dipendenti, le comunità e il benessere dell’ambiente.

Celgene è un’azienda farmaceutica la cui missione è sviluppare farmaci che migliorano e prolungano l’aspettativa e la qualità di vita dei pazienti, investendo in cure per il futuro. “Le terapie innovative di Celgene offrono speranza ai pazienti che hanno opzioni terapeutiche limitate, inesistenti o con esiti insoddisfacenti”, ha dichiarato Mark J. Alles, AD di Celgene. “Siamo quindi concentrati sul modo in cui possiamo rendere questi farmaci accessibili ai pazienti che ne hanno bisogno”.

Solo nel 2016, oltre 500.000 pazienti sono stati trattati con terapie fornite da Celgene. Nel fare ciò, stiamo perseguendo i nostri obiettivi: cambiare il corso della salute umana con un impegno importante nella ricerca scientifica e con la promessa di mettere sempre i pazienti al primo posto.

In qualità di membro fondatore di Access Accelerated, una partnership di 23 aziende biofarmaceutiche, Celgene sta lavorando per creare soluzioni innovative e sostenibili per contribuire a migliorare l’accesso alle cure e alle terapie per le malattie non trasmissibili, come i tumori, nei Paesi in via di sviluppo. Per noi, la collaborazione è la chiave per ottenere progressi misurabili. Per questo motivo, stiamo lavorando unendo sistemi e settori sanitari, sostenendo il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (UN Sustainable Development Goals).

Insieme ai nostri partner e collaboratori, Celgene applica competenze e risorse per contribuire a creare capacità di assistenza sanitaria e accesso nei Paesi con risorse insufficienti, al fine di combattere una crescente incidenza di tumori e di altre malattie. Ecco perché sosteniamo attivamente un consorzio di centri di salute universitari, chiamato Academic Model Providing Access to Healthcare (AMPATH), che si concentra sul miglioramento della salute delle popolazioni a basso reddito in Kenya e sul raggiungimento di un modello replicabile per affrontare le sfide della salute globale a breve e a lungo termine.

Per sostenere le comunità locali, Celgene e i suoi dipendenti prestano ogni anno tempo, assistenza e competenze a numerose iniziative e organizzazioni. L’azienda supporta circa 50 organizzazioni negli Stati Uniti e, attraverso Community Health Charities, offre ai dipendenti l’opportunità di donare a cause e organizzazioni di beneficenza, tramite una ritenuta sullo stipendio. Durante la Light The Night® Walk 2016, una campagna di raccolta fondi a beneficio della Leukemia & Lymphoma Society (LLS) e della loro ricerca, 1.028 persone coinvolte da 63 team di Celgene, hanno reso la nostra azienda il numero uno dei partner biofarmaceutici di Light the Night® con un contributo di oltre 627.000 dollari.
Per contribuire a creare un ambiente sostenibile per le generazioni future, Celgene si impegna anche nelle migliori prassi di tutela ambientale, per raggiungere gli obiettivi ambientali quantificabili per il 2020, stabiliti nel 2016, per emissioni di gas serra, elettricità rinnovabile, prelievi idrici e rifiuti solidi. L’anno scorso, oltre il 50% dell’elettricità da noi utilizzata proveniva da fonti rinnovabili certificate e oltre il 40% dei nostri rifiuti ha potuto essere riciclato e recuperato. Questo impegno è stato recentemente riconosciuto con il raggiungimento da parte di Celgene del settimo posto fra tutte le società statunitensi, nonché con il riconoscimento di migliore azienda farmaceutica, nella classifica Green Rankings 2017 di Newsweek.

“Noi di Celgene ci impegniamo a mettere i pazienti al primo posto in tutto ciò che facciamo”, ha dichiarato Zeba Khan, Vicepresidente Corporate Responsability di Celgene. “Cerchiamo costantemente nuovi modi per fare la differenza nella vita delle persone, in maniera speciale e tangibile, sia in termini di accesso ai trattamenti salvavita che contribuendo a un futuro sostenibile”.
Per leggere il Corporate Responsability Report di Celgene 2017, fare clic qui.

Fonte: Celgene.com

3 maggio 2017 — 14° Simposio Internazionale sulle sindromi mielodisplastiche

Per i pazienti affetti da sindromi mielodisplastiche (MDS), un gruppo di disordini del midollo osseo che alterano la produzione delle cellule ematiche, i primi anni del 2000 sono stati caratterizzati da notevoli progressi, grazie all’approvazione di diverse nuove opzioni terapeutiche; da allora, i progressi nella ricerca e nel trattamento sono stati minimi.[1]

Con l’approssimarsi del Simposio Internazionale 2017 sulle sindromi mielodisplastiche, in programma questa settimana e a cui parteciperanno numerosi ricercatori, le speranze si stanno ora riaccendendo.

Gli esperti ritengono che una migliore comprensione del modo in cui il sistema immunitario e le mutazioni genetiche influiscono sulla malattia potrebbe portare a breve allo sviluppo di nuovi trattamenti.

Il Dr. Rafael Bejar, professore ordinario presso la University of California di San Diego, ci spiega perché sta aspettando con impazienza l’evento di quest’anno

Quali sono le sfide nel trattamento delle MDS?

Da tempo facciamo affidamento su tre farmaci approvati oltre 10 anni fa; questi trattamenti hanno eliminato la dipendenza da trasfusioni, hanno migliorato le conte ematiche e, con ogni probabilità, prolungato la vita di alcuni pazienti. Tuttavia, non tutti rispondono a queste terapie. Abbiamo bisogno di un numero maggiore di opzioni terapeutiche per trattare la malattia in modi diversi. Quando si dispone di più farmaci tra cui scegliere, è anche possibile iniziare a tracciare un profilo dei pazienti per prevedere quale sarà il farmaco migliore e personalizzare ulteriormente la cura.

Perché è così difficile fare progressi nel trattamento delle MDS?

Le MDS differiscono in larga misura da molti altri tumori. Dato che la malattia colpisce  pazienti anziani e spesso fragili, è necessario trovare farmaci che siano non solo efficaci, ma anche tollerabili e sicuri.

Dobbiamo quindi comprendere la malattia meglio di quanto si sappia fare oggi. Le cellule delle MDS non crescono facilmente in laboratorio, rendendone quindi difficile lo studio.

Quali recenti progressi verranno illustrati al simposio di quest’anno?

Una delle nuove e interessanti scoperte avvenute negli ultimi anni riguarda il modo in cui il sistema immunitario innato è coinvolto nello sviluppo delle MDS. Sappiamo che le cellule delle MDS danno origine ad uno stato infiammatorio e proliferano in questo ambiente. Potremmo essere in grado di trattare in modo mirato questo particolare tipo di infiammazione con farmaci e anticorpi terapeutici, per rendere più vulnerabili le cellule delle MDS. Questo approccio deve essere ancora studiato in modo approfondito da un punto di vista clinico, ma la ricerca in quest’ambito potrebbe offrire una serie interessante di bersagli terapeutici.

Vi è inoltre un crescente interesse nel possibile ruolo svolto nelle MDS dai linfociti B e T che formano il sistema immunitario adattativo. Alcune delle più interessanti terapie oncologiche attualmente utilizzate modificano il modo in cui il sistema immunitario reagisce alle cellule delle MDS. I ricercatori stanno attualmente studiando diversi tipi di approcci immunoterapeutici per il trattamento delle MDS.

Cosa hanno appreso i ricercatori sui processi biologici delle MDS? In che modo le informazioni acquisite possono aiutarci a trattare i pazienti?

Stiamo utilizzando le mutazioni per identificare i pazienti che presentano maggiori probabilità di rispondere a una data terapia. La genetica ci ha permesso di individuare diversi sottoinsiemi di MDS con pattern di mutazione distinti e importanti differenze negli outcome clinici. Ad esempio, i pazienti che presentano mutazioni in un gene chiamato SF3B1 tendono a rispondere in modo relativamente positivo, mentre i pazienti con mutazioni nel gene TP53 presentano solitamente una malattia più aggressiva, con prognosi generalmente più sfavorevole. Finora abbiamo stabilito le terapie in base a quelli che pensavamo potessero essere i possibili sviluppi della malattia, ora invece possiamo utilizzare metodi più accurati per predire la prognosi.

“Se riusciremo a rendere la malattia più gestibile, i pazienti potranno condurre una vita migliore e morire con la MDS, non di MDS.”

Alcuni dei nuovi sviluppi scientifici stanno inoltre contribuendo al processo di diagnosi delle MDS, è esatto?

Al momento molte persone con conte ematiche inspiegabilmente basse rimangono senza una diagnosi. Non soddisfano gli attuali criteri diagnostici delle MDS. Oggi tuttavia sappiamo che circa il 40% di questi pazienti presenta mutazioni associate alle MDS. Questi dati supportano l’aggiunta di test sulle mutazioni e sul sequenziamento del DNA al work-up diagnostico eseguito su questi pazienti. Potrebbe essere necessario ampliare la nostra definizione di MDS, per includere i pazienti affetti da una condizione simile alle MDS e che presenta una  probabilità di evolvere. Potremo inoltre essere in grado di dire a quei pazienti che non presentano queste mutazioni che potrebbero avere outcome favorevoli anche senza trattamento.

E’ ottimista sulla possibilità di avere presto progressi nel trattamento?

Le MDS sono indubbiamente un gruppo di disordini con molti trattamenti in sviluppo, che ci fanno ben sperare. Tuttavia, al momento, l’unica potenziale cura è rappresentata dal trapianto di cellule staminali. Sebbene i progressi ottenuti in tale ambito stiano rendendo i trapianti più sicuri ed efficaci, necessitiamo tuttavia di altre opzioni terapeutiche per la maggior parte dei pazienti che non possono essere sottoposti al trapianto di cellule staminali. Esistono diversi nuovi bersagli da studiare, tra cui le cascate infiammatorie, gli inibitori del checkpoint immunitario, le vie apoptotiche e i fattori di splicing mutati. Quando ci riusciremo, attaccheremo la malattia su più fronti. Con questi nuovi potenziali bersagli, speriamo di compiere enormi progressi nelle modalità di trattamento dei pazienti. “Se riusciremo a rendere la malattia più gestibile, i pazienti potranno condurre una vita migliore e morire con la MDS, non di MDS.”

Per ulteriori informazioni su questa malattia ematologica, leggere l’articolo “What Are Myelodysplastic Syndromes?”

[1] Chustecka Z., Dramatic changes in treatment landscape of MDS. Medscape, 7 marzo 2013. http://www.medscape.com/viewarticle/780319